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Le cave di granito

Anche al più distratto osservatore non possono sfuggire le profonde ferite che lacerano il Monte Orfano in ogni sua parte: è infatti da secoli che qui viene estratto e lavorato il granito bianco, pietra di aspetto granulare con piccole punteggiature nere per la presenza di biotite.Questa roccia, di origine vulcanica, si formò 300 milioni di anni fa da un magma solidificatosi all’interno di una massa rocciosa preesistente e successivamente erosa.Il monte ingloba anche una grossa vena sempre cristallina di colore verde per l’abbondante presenza di clorite. Questa diorite se sapientemente lavorata assume sorprendenti effetti che la rendono particolarmente pregiata.
Già abituati a lavorare i numerosi massi erratici, dopo l’inizio dell’utilizzazione del marmo rosa di Candoglia, gli abitanti del luogo cominciarono ad estrarre anche il granito bianco, diventando ben presto abili scalpellini tanto che per secoli, eccezion fatta per un poco di agricoltura, la lavorazione della pietra sarà il cardine dell’economia mergozzese.
Già nel 1506 vennero realizzate le 12 colonne per il porticato del Lazzaretto di Milano colà trasportate su chiatte navigando il Toce, il Lago Maggiore, il Ticino ed il Naviglio.Nel 1830, dalla piccola montagna che già contava 39 cave, venne estratta la pietra per la costruzione delle 82 colonne della Basilica di S. Paolo Fuori le Mura, trasportate a Roma con un lungo viaggio, durato quattro anni, interamente effettuato via acqua. L’introduzione della polvere da sparo prima e dei sistemi ad aria compressa ed automatizzati oggi, ha trasformato l’antico e rudimentale artigianato in moderna industria capace di esportare in tutto il mondo blocchi, semilavorati e prodotti finiti di ottima qualità, sia per l’eccezionale bontà del materiale che per l’accurata lavorazione.


tratto dal libro:
DIZIONARIO DEI PICASASS
Autore: MARCO BRAGA (Premio La Stampa, 1980)
Dizionario enciclopedico sulla storia degli scalpellini

BRACCIO. Tutti i picasass avevano un braccio più grosso dell’altro, di solito il destro (per i mancini era ovviamente più muscoloso il sinistro).
A furia di pestare con mazza e mazzetta i muscoli della schiena e ancor più quelli del braccio si gonfiavano, s’ingrandivano, diventavano possenti e rilevati. Ogni tanto qualche muscolo si strappava e costringeva all’immobilità provocando, oltre a dolori tremendi, anche la perdita del salario per chi lavorava senza assicurazioni (ed erano in tanti!).
In una giornata di lavoro il picasass pestava un’ira di Dio di colpi di mazza, da venti a trentamila, e ancor più per chi lavorava a cottimo e quindi non aveva orari.
I picasass della baracca, quelli di riva, avevano una singolare abitudine per riposare almeno un istante il braccio tra una mazzata e l’altra. Il monumento allo scalpellino sul lungolago di Baveno mostra un atteggiamento apparentemente inconcepibile: il picasass ha il martello dietro la spalla destra e questo non per dare più forza al braccio, ma invece per una brevissima tregua tra un colpo e l’altro, per una frazione di secondo di riposo.
C’è qualche picasass che quando irrigidisce i muscoli del braccio gli viene fuori il bicipite come una specie di grossa patata, che è trattenuta solo dalla pelle, perché un tendine s’è spezzato e il muscolo è attaccato da una parte sola…
CANDELA. Già dall’inizio del 1800 quando c’era da aggiudicare o da rinnovare la concessione per coltivare una cava, seguendo abitudini ed usi secolari ci si regolava come per l’assegnazione del diritto di taglio dei boschi. Intanto bisogna tenere presente che quasi tutti i terreni dove c’erano pietre interessanti per i picasass erano di proprietà comunale, quindi l’asta era indetta dal Sindaco e gestita da lui stesso o dal segretario comunale o da un notaio.
All’ora e nel giorno stabiliti dal bando d’asta pubblica i concorrenti si radunavano nella Casa comunale, ma non c’erano solo loro, c’era molta gente del paese, gli operai e spesso le loro famiglie. I lavoratori assistevano muti e preoccupati, perché se il padrone avesse perso la concessione per loro sarebbe stata la disoccupazione e quindi la fame, o quantomeno la problematica ricerca di un nuovo lavoro che non sempre era facile da trovare, soprattutto per gli operai generici.
Il banditore leggeva il bando d’asta e quindi accendeva una candela. Fin che la fiammella era accesa si potevano fare le offerte, ovviamente al rialzo, e la concessione era aggiudicata all’ultima offerta fatta prima dello spegnarsi della candela. In qualche Comune s’usava un cero di certe dimensioni che bruciava a lungo, in altri s’accendeva una candela normale e se si voleva fare alla svelta si aprivano porte e finestre in modo che la fiamma bruciasse la cera più in fretta. In altri posti ancora si usavano fino a nove candele, eliminando ad ogni accensione chi aveva fatto l’offerta più bassa. In qualche occasione ci si metteva d’accordo per non scannarsi con offerte sconsiderate, per non farsi del male, e si sapeva già chi avrebbe vinto l’asta. Poi, col gioco dei subappalti…
L’usanza era mutuata dal sistema d’aggiudicazione del taglio dei boschi comunali, era semplice ma efficace. Normalmente chi aspirava alla concessione della cava taceva fin quasi agli ultimi istanti. Osservava gli altri concorrenti, cercava di capire fin dove sarebbero arrivate le loro offerte, facevano calcoli (non sempre esatti) delle risorse disponibili e mentalmente calcolavano quanto avrebbero potuto racimolare da amici e parenti per mettere insieme la somma che avrebbe sbaragliato la concorrenza. Quando la candela era ridotta a un mozzicone fioccavano le offerte, in rapidissima successione, con aumenti spesso irrisori che facilitavano pronti rilanci. Alla fine qualcuno s’aggiudicava la concessione e festeggiava la vittoria all’osteria con i suoi picasass mentre gli sconfitti, imprenditori e operai, tornavano alle loro case con i musi lunghi.
CARRO. I carri che fino agli anni Sessanta trasportavano al piano i blocchi e le pietre erano costruiti da abili artigiani della zona. Come sempre accade, ce n’era uno che costruiva dei capolavori - le Mercedes dell’epoca - che costavano una cifra e altri che producevano degli onesti carri, ma meno pregiati per legname e fattura, delle FIAT, insomma, che avevano comunque il loro mercato.
Il requisito fondamentale era la robustezza, perché il carico si misurava a tonnellate. Si portavano duecento quintali, che sono il peso di una Rolls Royce, con una certa disinvoltura su delle stradacce in pendenza e con un casino di tornanti. Erano costruiti coi legni più duri, quercia frassino e castagno. I carri con portate inferiori erano meno costosi e servivano per trasporti più leggeri. Una singolare caratteristica del carro da cava era quella di avere il piano di carico inclinato, più alto davanti e basso dietro, per compensare la pendenza della discesa e tenere in piano il blocco in modo che non scivolasse. Ovviamente l’inclinazione era regolabile, per adattarla alla pendenza della strada.
Le ruote posteriori avevano due enormi freni di legno a pattino, azionati manualmente con delle lunghe stanghe, che agivano direttamente sul cerchione di ferro. Qualche carro aveva anche dei freni sulle ruote anteriori, ma il vantaggio di una frenata più potente aveva come contropartita una minore manovrabilità sugli stretti tornanti dove i buoi o i cavalli faticavano a compiere la curva.
Il traino più antico avveniva con i buoi, i cavalli arrivarono dopo: erano più veloci, ma trainavano pesi inferiori e non si sovrapposero ai buoi, gli si affiancarono.
CONFINE. Il confine che interessava agli imprenditori ottocenteschi e del primo Novecento del granito di Baveno e del Montorfano, era quello tra l’italiana Zenna e la svizzera Dirinella, sulla riva lombarda del Lago Maggiore.
Quando si trattava di far saltare una mina colossale, una di quelle che richiedevano un casino di tempo (anche più d’un anno) e una montagna di soldi, una di quelle mine sulle quali s’investiva fino all’ultima e ci s’indebitava fino al collo, il più delle volte l’imprenditore non assisteva allo scoppio. Attraversava il lago e prendeva la strada per quel confine così discreto, così poco trafficato, e cominciava a ballarci intorno bighellonandoci sopra. Quando arrivava l’ora dell’esplosione si metteva a cavalcioni della linea di confine, con un piede di qua e l’altro di là. Se dalla cava arrivava il segnale convenuto che tutta era andato bene, riportava in Italia il piede che era già in Svizzera, ma se la mina non aveva staccato dalla montagna abbastanza granito da rifarsi delle spese e da guadagnarci per gli anni a venire, era il piede “italiano” a passare dall’altra parte per un salutare periodo di riposo nella Confederazione Elvetica dalla quale si sarebbe tornati solo quando le acque si fossero calmate. O magari qualche anno dopo.
DUOMO DI MILANO. Il Duomo di Milano è senza dubbio il “figlio” più importante della Contea dei Graniti. E’ una chiesa di dimensioni enormi, lunga quasi centosessanta metri, larga una novantina e alta più di cento, che pesa sulle 325.000 tonnellate, costruita col marmo delle cave di Candoglia. Possono starci dentro quarantamila persone, in piedi.
Il cantiere, che in origine si chiamava “rifabrica di Santa Maria Maggiore” perché si trattava di ricostruire una chiesa dedicata alla Madonna, ch’era crollata, fu aperto prima del 1386, anno in cui il nome fu mutato in “Fabbrica del Duomo”. Milano, che un paio di secoli prima era stata rasa al suolo dal Barbarossa, aveva sì e no duecentomila abitanti, un quarto dei quali erano cavalieri e nobili, c’erano millecinquecento notai ma solo una trentina di medici e settanta maestri di scuola, poco meno di duemila commercianti: il resto era plebe. Signore e di fatto padrone di Milano era Gian Galeazzo Visconti ricordato, ironie della storia, col nome di Conte di Virtù. Subito dopo la morte della democrazia e il decesso del Comune, il nostro eroe ereditò dal padre i possedimenti di Vigevano, Pavia, Novara, Tortona, Alessandria, Asti e altre cosette, tra le quali la metà di Milano che comprendeva i quartieri delle Porte Comasina, Ticinese e Vercellina. L’altra metà apparteneva al cugino Bernabò, ma con cinquecento armati Gian Galeazzo la conquistò in un batter d’occhio, riducendo in prigionia il cugino coi figli maschi, impossessandosi anche delle altre terre del cugino (Brescia, Piacenza, Parma, Bergamo, Cremona e Lodi). Il titolo di Conte di Virtù veniva dai possedimenti di Vertus, in Champagne, che costituivano la parte più cospicua della dote della moglie Isabella di Valois: niente a che vedere con virtù spirituali, della quali il nostro eroe diede scarse o punte prove.
Dopo il Regno di Napoli, il Ducato di Milano divenne in quattro e quattr’otto la più grande e potente Signoria Italiana, estesa fino al Cadore, al pisano, al senese, a Bologna, governata da un despota che lo considerava un patrimonio personale. Ai rari oppositori erano riservati trattamenti raffinati, il più famoso dei quali era quello della Quaresima che sulla carta doveva durare quaranta giorni ma che in realtà si concludeva in un paio di settimane al massimo. Si mozzava con una scure prima un arto (se gamba o braccio lo stabiliva la sorte), dopo qualche giorno la lingua, poi il naso, quindi le orecchie… Il minimo che poteva toccare ai dissidenti erano un lungo soggiorno in carcere: nel castello visconteo di Vogogna l’ampio spazio riservato alle anguste prigioni occupava i vari piani della Torre, visitabili da quando un accurato restauro l’ha reso al pubblico.
Un funzionario sospettato di tradimento fu avvolto, nudo, in una pelle di bue e quindi murato vivo nelle mura interne del castello di Pavia. Gian Galeazzo ammorbidì i feudatari imprigionandone un tot, distruggendo qualche castello e mozzando alcune torri. Non ebbe il coraggio (o era tanto astuto da non farlo) di ledere gli interessi della Chiesa, anzi per tenersi buono il clero concesse l’uso gratuito e perpetuo delle “sue” cave di marmo di Candoglia e diede il primo sostanzioso contributo (oltre 12.000 fiorini, una montagna di soldi, proventi di dazi e gabelle) alla fabbrica del Duomo di Milano, aperta per volere d’un vescovo d’origine piemontese. A costui, Antonio da Saluzzo, non parve vero di dimenticare la parsimonia della sua terra d’origine e sguazzare nell’opulenza lombarda.
L’esempio del Duca fu seguito da un certo Corelli (o Carelli), un miliardario dell’epoca che aveva fatto fortuna col commercio delle schiave che vendeva in mezz’Europa, che donò 35.000 scudi d’oro (altra montagna di denaro, un casino di milioni d’Euro, in soldi d’oggi). Il Corelli fu sepolto all’interno della Cattedrale, nella quinta campata della navata destra dove riposa tuttora. Il Duca e lo schiavista non furono i soli figli di buona donna ai quali si garantì, a tariffa fissa, la remissione delle colpe. Piccoli “sconti” sui peccati erano concessi anche al popolino, in cambio di somme modeste, ma per fare il candeggio all’anima ci voleva ben altra generosità. Comunque la vendita delle indulgenze procurò il denaro del quale la Veneranda Fabbrica aveva un bisogno insaziabile: una montagna d’oro si trasformò in una montagna di marmo.
Con ritmi a volte frenetici ed altre lentissimi, con settemila operai o poche decine di lavoratori, il Duomo cresceva, tra guerre, invasioni, pestilenze, ma anche progressi tecnologici ed innovazioni costruttive. Milano passò dal dominio dei Visconti alla breve Repubblica Ambrosiana, dal 1450 fu degli Sforza (intanto Cristoforo Colombo scopriva l’America), nel 1499 arrivarono i Francesi, poi per quasi due secoli fu la volta della Spagna, nel 1713 toccò all’Austria cui nel 1797 successe Napoleone, nel 1815 tornarono gli Austriaci e quindi vennero il Regno e poi la Repubblica d’Italia.
La costruzione del Duomo è ormai terminata (poco dopo la seconda Guerra Mondiale si completarono le porte della facciata) e l’attività della Veneranda fabbrica si limita alla manutenzione e al rifacimenti di particolari logorati dal tempo. A Candoglia si cava blandamente, il personale è ridotto a una decina d’uomini tra amministrativi e tecnici.
GAMBA. Alle soglie del Duemila, in una cava della Contea dei Graniti lavora un giovane che ha perso una gamba sotto un blocco che gli è rovinato addosso. A dirla tutta, in quella cava ci ha lasciato anche qualche dito delle mani e un pezzo d’orecchio, ma non il coraggio e la dignità ch’erano patrimonio dei picasass di stampo antico.
L’uomo fu portato in ospedale con due ambulanze, la prima per il pezzo più grosso (cioè lui) e la seconda per la gamba ch’era rimasta sotto il blocco e prima di tirarla fuori…
La gamba era ridotta a una piadina e non fu possibile riattaccarla, così il nostro eroe lavora sempre nella stessa cava con una protesi di ferro, una specie di U che sporge dai jeans, sulla quale si muove con l’agilità d’uno scoiattolo. Solo alla sera, quando arriva a casa, toglie la zampa di ferro e la sostituisce con un arto di plastica più leggero e funzionale.
L’aspetto più singolare della vicenda è che l’eroico picasass rinunciò alla pensione d’invalidità perché si sentiva in grado di continuare a fare a fette la montagna e non voleva sentirsi un parassita. Dove si trova gente così, se non nella Contea dei Graniti?
GATTO. La cosa è durata fino a poco dopo l’ultima guerra mondiale, anche se qualcuno lascia capire che ancora dopo, magari solo per non lasciar morire del tutto la tradizione…
In primavera la gente di cava si portava in montagna un sacco di iuta con dentro i piccoli che la gatta di casa aveva appena svezzato. Per i primi tempi, i micini erano nutriti con gli avanzi del pasto di mezzogiorno e delle merende di metà mattina e del primo pomeriggio (poca roba, perché il mangiare era già scarso, ma s’era in tanti e qualcosa – la pelle del salame, qualche crosta di formaggio, una forchettata di pastasciutta – arrivava). La nidiata imparava presto a catturare gli animaletti del bosco, topolini, lucertole, bisce, uccelletti, ma anche le uova dei nidi, che s’aggiungevano agli avanzi dei picasass. D’inverno, quand’era il momento di lasciare la cava per il gelo e la neve, i gatti rifacevano lo stesso viaggio, questa volta in discesa, nello stesso sacco, già accoppati a randellate. Qualche giorno sotto la neve a frollare, ed erano pronti per la padella o per il forno, secondo l’estro del cuoco che li preparava o in umido o arrostiti. La cena dei gatti era riservata agli uomini che si riunivano in una casa, le donne e i ragazzi avevano il cuore troppo tenero e quella sera mangiavano, in disparte, la polenta col latte, il formaggio o le castagne.
Il gatto – chi l’ha assaggiato asserisce che sia buonissimo, molto più gustoso del coniglio – alla fine era meglio di altri animali che la fame faceva arrivare in tavola. Un tempo si mangiava di tutto, tassi, talpe, scoiattoli, volpi, ghiri, ricci, faine, perfino bisce d’acqua cucinate come le anguille.
Fino al 1700 nei periodi di carestia si mangiavano addirittura i topi: alcune pestilenze nacquero appunto da ciò.
GREPPIA. Uno degli strumenti più bizzarri e ingegnosi, un gancio che gancio non era e che serviva per rizzare le colonne e gli altri manufatti dei picasass, è la greppia. E’ uno dei tanti attrezzi senza padre, inventato da chissà chi va a sapere quando, è un marchingegno davvero geniale nella sua estrema semplicità.
Si tratta di un insieme di ferri sagomati, lavorati alla forgia, che permette di fissare una corda alla sommità delle colonne e metterle in piedi con un sistema di carrucole e di argani. La greppia è formata da un grosso anello ellittico interrotto a un’estremità, dove in due fori è inserito uno spinotto che fa da perno a tre placche di ferro. Le due laterali, che hanno una sezione lievemente triangolare, vengono allargate dalla placca centrale che le tiene ferme nell’incavo scalpellato sulla testa della colonna, un incavo a V rovesciata. S’infila quindi un robusto spinotto, che chiude l’anello, nei fori delle placche che sporgono dalla cavità della colonna, si lega la corda all'anello, si azionano le carrucole e la colonna si mette in piedi. A dirla così sembra un giochetto da niente, ma se si prova a pensare ai casini che verrebbero fuori se la colonna cadesse...
INCUDINE. Sarà capitato a tutti, nella vita, di vedere un’incudine, quel grosso ceppo d’acciaio con un corpo centrale piatto dal quale escono due corni, uno fatto a cono e l’altro a piramide. L’incudine dei picasass, quella usata nella forgia per fucinare e aggiustare i ferri, era fatta proprio così. Il fabbro ci pestava sopra coi suoi grossi martelli, un colpo secco sul ferro rovente dopo qualche colpetto leggero battuto a vuoto sull’incudine, quasi per caricare il braccio e la spalla della forza necessaria, mentre squadrava il ferro con occhio attento. Il suono era così un insieme di tin tin tin TON, tin tin tin TON, perché mentre con la sinistra si girava il ferro la destra non stava mai ferma.
L’incudine era appoggiata su un basamento ovviamente di pietra, anch’esso, come l’incudine, indistruttibile. Se la passavano di generazione in generazione un fabbro con l’altro e questo non era molto gradito ai fabbricanti d’incudini i quali esageravano con la bontà dell’acciaio ed erano costretti a cercare sempre nuovi clienti perché il mercato delle sostituzioni era quasi inesistente.
Nella forgia c’era un surrogato dell’incudine, un cuneo con la testa molto grande che si conficcava nel solito blocco di pietra, sul quale si facevano i lavoretti più leggeri. Questo si consumava abbastanza in fretta, spesso si spezzava e allora i fabbricanti d’incudini qualche soldo lo guadagnavano.
MERIDIANA. Racconta un vecchio picasass, uno che cominciò a lavorare in cava nel ’32, che il suo maestro aveva piantato un passone (cioè un palo alto e diritto) in uno spiazzo appena sotto la postazione di lavoro. Attorno al palo c’erano, a corona, dei paletti più bassi distribuiti a raggiera. Il vecchio leggeva l’ora regolandosi sull’ombra del palo che si spostava man mano verso la serie di paletti, perché l’orologio l’aveva solo l’assistente e loro, i poveri cristi d’operai, per sapere l’ora dovevano rifarsi a quel semplicissimo, ma preciso, orologio solare (quand’era nuvolo era un casino, bisognava fidarsi dell’istinto o dell’orologio a cipolla dell’assistente).
Quando si cambiava cava, si metteva in piedi un altro passone, una corona di paletti e via. Nei primi giorni si doveva chiedere l’ora all’assistente, ogni sessanta minuti si piantava un paletto nuovo e alla fine il gioco era fatto.
NAPPA. I picasass d’una volta, quelli che rubavano i blocchi alla montagna con la mazza e gli stampi, quando aggredivano una parete rocciosa lavoravano giorni e giorni prima di raggiungere qualche risultato. Per non perdere tempo il giorno dopo, o il lunedì, a trovare gli stampi piantati sulle pareti, avevano preso l’abitudine (non tutti, solo quelli con la testa fine) di legare in cima allo stampo una mazzetta di fili di lana colorata.
Delle nappe, appunto.


Asiday | somariamente@montorfano.org

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